Qui sulla Luna’s usiamo spesso un’espressione che si adatta a parecchie situazioni: “perdere i pezzi”. Si perdono i pezzi sul lavoro, quando prese da mille cose ci scordiamo di preparare un caffè o di ordinare un libro. Si perdono i pezzi nella vita privata, quando fagocitate dalle giornate ci scordiamo del compleanno di un amico, o di richiamarne un altro. E si perdono pezzi (in senso più personale e più generale) nel corso della vita quando anni, fatti, avvenimenti fanno sì che ci si scordi in giro qualche parte anche piuttosto grossa di sé: ingenuità, spensieratezza, coraggio, partecipazione… E chissà cos’altro. Soprattutto quest’ultima cosa ci ha sempre un po’ intristito e fatto venire in mente quella canzone di Gaber in cui alla fine il tizio si ritrova immobile ma con “un gran testone e un testicolo per la riproduzione” (ahi ahi ahi ahi).
Poi ieri ci è capitata tra le mani una poesia di Charles Simic che inizia così:
Ho lasciato pezzi di me ovunque / proprio come i distratti fanno / con guanti e ombrelli / dai colori tristi per eccesso di iella.
La poesia è molto bella (la trovate sotto in inglese) e va in un’altra direzione, ma a noi questa immagine iniziale dei guanti e degli ombrelli ha scatenato un vortice di pensieri.
E se fossero come semi i pezzi che perdiamo? Se fossero come spore di un funghetto sradicato da terra che continua a spargere cose di sé in giro, facendone crescere altre?
Perché a noi – che mescoliamo con disinvoltura sacro e profano, speriamo che il buon Simic ci perdoni – questa cosa dei guanti persi per distrazione ha fatto venire in mente la Serendipità e quel filmone cuoricione in cui alla fine proprio un guanto spaiato che ti ha fatto pensare di aver perso l’occasione della tua vita, diventa dopo anni l’elemento scatenante per fare le giuste scelte (non avete visto Serendipity? Provvedete!).
E gli ombrelli, i fantasmagorici ombrelli, non possono che farci venire in mente il nostro stracolmo portaombrelli arancione, diventato ormai un vero e proprio punto di “umbrella sharing” grazie al quale la distrazione di qualcuno si ritrova a riparare la testa di qualcun altro.
E se fossero solo cose da recuperare o regalare quelle che perdiamo in giro per distrazione?
Se rimanessero sempre lì da qualche parte? Se bastasse tornare a un luogo o una persona che chiamiamo casa, per ritrovarle inaspettatamente come una sorpresa?
E forse tutta questa nostalgia per i pezzi che perdiamo può diventare solo ricerca. E forse sarà l’ombrello di qualcun altro a ripararci in un giorno di pioggia.
E forse questa paura di perderne altri, di pezzi, un pochino sfumerà e ci ritroveremo a non conservare gelosamente quello che rimane e a non ripetere più ossessivamente, come Bartleby «I would prefer not to». Preferirei di no.
(e per interiorizzare questa chiusura vi tocca: dovete leggervi tutta la poesia).
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(Qui sotto in inglese perché è più bella così, ma la trovate tradotta:
S. Tommaso d’Aquino in “Hotel Insonnia”, Adelphi. Se proprio volete e ce lo chiedete ve la traduciamo noi):
I left parts of myself everywhere / The way absentminded people leave
Gloves and umbrellas / Whose colors are somber and have the air of endless misfortune. // I was on a park bench asleep. / It was like the Art of Ancient Egypt. / I didn’t want to wake myself. / I took the evening train with my heart’s heaviness for luggage. //
“We give death to a child when we give it a doll,” / Said the woman who had read Djuna Barnes. / We whispered all night. She had been to Africa. / She had many stories to tell about the jungle. //
I was already in New York City looking for work. / It was raining as in the old black and white movies. / I stood in many doorways in that city. / Once I asked a well-dressed man for the time. / He gave me a frightened look and walked out into the rain. / Since “man naturally desires happiness” / According to St. Thomas Aquinas / Who gave irrefutable proofs of God’s existence and purpose, / I loaded trucks in the garment center. / Me and a black man stole a woman’s red dress. / It was of silk; it shimmered. //
Upon a gloomy night with all our loving ardors on fire, / We carried it down the long empty avenue, / Each holding one sleeve. / The heat was intolerable causing many terrifying human face / To come out of hiding. //
In the public library reading room / There was a single fan barely turning. / I had the travels of Herman Melville to serve me as a pillow. /
I was on a ghost ship with its full sails raised. / I could see no land. / The sea and its monsters could not cool me. //
I followed a saintly-looking nurse down a dim hallway. / We edged past people with eyes and ears bandaged. / “I’m a Chinese philosopher in exile,” / I told my landlady that night. / And truly, I no longer looked like myself. / I wore glasses one lens of which had a spider crack. //
I stayed in the movies late into the night. / A woman on the screen walked through a bombed city / Again and again. She wore army boots. / Her legs were long and bare. It was cold wherever she was. / Her face was averted, but I was in love with her. / I expected to find wartime Europe at the exit. //
It wasn’t even snowing. Everyone I met / Had a part of my destiny worn like a mask. / “I’m Bartleby the Scrivener,” I told the Italian waiter. / “Me, too,” he replied. / And I could see nothing but overflowing ashtrays / The human-faced flies were trying to cross.
