Salve, Popolo Lunatico!
Eccoci con la nostra newsletter, che arriva non proprio puntualissima, ma abbiamo dovuto meditarla un po’.
La riflessione odierna nasce dal tema della distanza, del distanziamento. Quanto l’abbiamo sentita nominare nei mesi trascorsi? Quanto la continuiamo a sentire? Come altre parole, prima poco usate: mascherina, sanificazione, contagio, virale… si potrebbe istituire un vocabolario della pandemia.
Ma torniamo a noi… La questione della distanza, dicevamo. In realtà è una riflessione che ci portiamo dietro più che altro dal periodo di reclusione, periodo in cui abbiamo imparato a starcene buonini a casa, abbiamo misurato a passi più o meno ampi i nostri perimetri domestici, abbiamo cantato dalle finestre, abbiamo letto, cucinato, ma soprattutto abbiamo parlato. Telefonicamente. Ci siamo tenuti in contatto tramite le famigerate videochiamate.
E non solo per quanto riguarda gli affetti o le amicizie. Molti di coloro che hanno continuato a lavorare lo hanno fatto da casa, attraverso il lavoro agile (lo preferiamo a smart working), in buona sostanza collegati da uno smartphone, da un tablet, da un computer.
Per non parlare della scuola e della tanto discussa DAD (didattica a distanza, niente paura!), in cui classi intere hanno continuato a svolgere le loro lezioni da remoto, con anche non poche difficoltà, in molti casi.
E poi i corsi sportivi: molti insegnanti di varie discipline si sono attrezzati e hanno permesso ai loro allievi di continuare nei loro allenamenti tramite i supporti di cui sopra.
Bene. Ci siamo ingozzati di video, di parole che saltavano, di immagini che si bloccavano, di difficoltà di connessione. Dopo i primi tempi tanti avranno anche sperimentato un certo logorio e rigetto verso questi rapporti così mediati, sentendo come tutta questa virtualità fosse in realtà solo un palliativo: quello che desideravamo tutti era riprendere la nostra libertà di movimento, azione, il condividere momenti insieme alle altre persone, ma persone nella loro fisicità, non trincerate dietro ad uno schermo.
Ora siamo tornati ad una pseudo normalità, ora abbiamo più possibilità, ora stiamo provando chi più chi meno cautamente a riprendere una vita che sia il più possibile simile a quella che vivevamo prima della reclusione.
Eppure una sensazione netta è rimasta, da tutto questo: i video ci tenevano distanti, ma se ci pensate ci avvicinavano anche in maniera molto intima: abbiamo scoperto case, animali, oggetti, colori che attorniano i nostri colleghi, amici, compagni di classe o di corso. Abbiamo un po’ spiato nelle loro intimità. Magari ci è venuta qualche curiosità che ci ha fatto scoprire altri lati della persona rispetto a quelli sfoggiati in società.
E con la pazienza forse questo altro piccolo ritaglio che ci ha fatto balzare agli occhi quanto non sia mai buona cosa dare tutto per scontato, ma aspettarci sempre qualche lato nascosto, è stato ciò che abbiamo imparato da questa esperienza dura, imprevedibile e globale.
La distanza ci ha in qualche modo avvicinato aspetti prima insospettati delle tante persone che ci circondano.
E allora che dire? Prendiamo e portiamo a casa anche questo piccolo pezzetto. E che buon pro ci faccia!
