Il 20 gennaio di quest’anno s’è festeggiato quello che, fosse stato ancora in vita, sarebbe stato il 100° anno dalla nascita di Federico Fellini. S’è molto parlato, s’è molto celebrato, tutti hanno omaggiato il grande Maestro che tanto ha incantato gli italiani con le sue pellicole tutte lì sospese tra realtà e sogno.
E a noi è tornato in mente il mondo ipercolorato, chiassoso, sovrabbondante di Amarcord e sì, è partita la nostalgia. Il ricordo di qualcosa di perduto, di quell’Italia ancora ingenuotta e speranzosa, all’epoca, capace di farsi quattro risate architettando uno scherzo, capace di spiare dal buco della serratura quasi più per dispetto che per vera malizia, quel cameratismo un po’ volgarotto e semplicione. I tipi. Quelli che potevi incontrare un po’ ovunque, alle varie latitudini del Bel Paese.
Chissà cosa penserebbe ora, il grande Federico, vedendo una realtà così diversa, così cambiata, una scala di valori così invertita. Chissà quale pellicola tirerebbe fuori, denunciando questo o quell’aspetto del nostro presente. Chissà con quale caleidoscopio saprebbe leggere il nostro oggi.
Forse saremmo perfetti spunti per i suoi personaggi incongruenti e surreali, forse avrebbe pane per i suoi denti e si divertirebbe amaro filmando la nostra goffaggine di uomini e donne un po’ smarriti in una quotidianità di cui forse fatichiamo a trovare i contorni.
Ma in fondo, forse, oltre al motteggio, oltre a denudarci, saprebbe usare un occhio benevolo e capire che siamo sempre gli stessi. Un campionario umano perfettibile, ora macchiato di un immotivato senso di superiorità. Saprebbe forse metterci davanti ad uno specchio che se da un lato ci deforma dall’altro ci fa scoprire più apertamente la magagna.
Sì, abbiamo riflettuto in questo senso su quanto manchi al nostro presente una figura come Fellini perché rara è stata la sua capacità (quasi unica!) di scodellare verità senza troppi fronzoli, ma farlo sorridendo, facendo virare il discorso su binari forse un po’ al di sopra del contingente, regalando uno sguardo sornione anche su brutture di cui dovremmo essere tutt’altro che fieri.
E allora auguri e grazie, Federico, ovunque tu sia!
