ATTENZIONE: Domenica 7 ottobre Luna’sTorta sarà chiuso perché ci trasferiamo in via Roma per Portici di Carta. Se vi manchiamo imponderabilmente ci trovate più o meno davanti alle profumerie Duglas. E ora si può procedere:
Sarà capitato anche a voi, lunatici, di vivere fuori dal tempo e fuori dal mondo.
Saranno capitati anche a voi quei momenti in cui tutto sembra possibile, giusto, sereno. In poche parole perfetto.
Sono momenti in cui arrivano risposte a domande che avevate solo pensato qualche ora prima, un po’ timorosi di formularle ad alta voce.
Momenti in cui accadono le cose giuste nel momento giusto, si ascoltano parole giuste dette con il tono giusto.
Attimi in cui tutto sembra – per uno spazio finito di tempo – “intero”.
Sono istanti in cui anche chi si sente brutto diventa bellissimo, chi si sente grasso diventa esile, chi si sente impacciato diventa sicuro.
Brevi momenti di grazia.
Ma come funzionano questi istanti di pura felicità? Come nascono? E soprattutto come ripeterli? Come farli durare?
Ovviamente è una risposta che non abbiamo (sennò mica saremmo qui ogni settimana a scervellarci e scervellarvi sulla vita l’universo e tutto quanto…).
Però una cosa l’abbiamo notata.
Abbiamo notato che a volte questi stati di grazia sono direttamente collegati al mettersi alla prova, al lasciarsi andare, al tirare fuori anche, se vogliamo, il lato tamarro che è in noi.
Qui sulla Luna’s ci stiamo provando in modo soprattutto fisico. Una si appende a trapezi e teli e balza a ritmo hip-hop, l’altra prende a pugni e calci (e gomitate e ginocchiate…) un sacco da 40 Kg.
Ora. Sappiamo che questo discorso può sembrare velleitario, ma fateci spiegare.
Il fatto è che – secondo noi – questi stati di grazia arrivano quando riusciamo ad uscire per un momento dai nostri “noi stessi” quotidiani. Capitano quando per un momento ci scordiamo come “di solito” siamo, quando non ricordiamo più cosa “va bene” e cosa “non va bene”, cosa “siamo in grado” di fare e cosa no. Quando ci spogliamo, insomma, di tutte quelle cose di cui i giorni ci vestono e rimaniamo – semplicemente – noi stessi.
E non importa se lo facciamo appendendoci a testa in giù. Non importa se lo facciamo ballando forsennatamente al ritmo di una musica che di solito non ascoltiamo. Non importa se lo facciamo mettendo alla prova muscoli e legamenti tirando un montante destro o una ginocchiata e buttando fuori tutta la forza che abbiamo.
Non importa neppure se lo facciamo laureandoci, risolvendo un calcolo impensabile, finendo di leggere per intero la Recherche di Proust, dichiarandoci alla persona più inarrivabile, arrivando alla fine di un ripidissimo sentiero di montagna.
Non importa.
Dopo averlo fatto, per un momento che può durare un’ora, una notte, una giornata, una settimana, saremo invincibili. E tutto sarà possibile. E giusto. E come dovrebbe essere.
Quindi, lunatici, l’unica cosa che i nostri addominali messi alla prova oggi ci suggeriscono, è che forse la risposta è in questa sensazione di poter spaccare il mondo.
Il mio babbo però questa sensazione la descriveva in un altro modo. Lui diceva che si sentiva “di poter sculacciare i passeri”.
E fatela usare anche a noi questa immagine, che ci è sempre piaciuta.
Perché riuscire a sculacciare i passeri è un’impresa impossibile, una sfida, e si perde di sicuro contro un passero che vola. E l’idea di poter sculacciare un passero fa venire in mente la sbruffoneria, o un pizzico di allegra arroganza.
Eppure per riuscirci, anche solo per pensare di riuscirci, bisogna immaginare di poter zompettare. Di poter volare. Di poterlo fare con quella grazia, quel senso di libertà, quella piccola velocità, quella bellezza che ha solo un passero che passa da un ramo a un altro.
E se lo facciamo bene, se immaginiamo davvero che si possa fare, se ci abbandoniamo con un sorriso a questa minuscola tracotanza, beh, già solo questo è sufficiente per farci sentire il profumo della perfezione.
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PS: i passeri non vogliamo sculacciarli per davvero. Non chiamate la LIPU.
