Sabato abbiamo ospitato Giorgio Olmoti, presenza ormai nota sulla Luna’s. Il suo incontro del 26 (ce ne propone uno al mese) è stato dedicato a Primo Levi, per Persi in un buon libro, in onore del Giorno della Memoria.
Oltre al fatto che le parole di Primo Levi siano sempre un gran bello schiaffo in faccia, è stato un momento toccante per molti altri motivi. Perché Giorgio ha calcato la mano sul concetto di dignità umana, solidarietà, di diritto ad un’esistenza decorosa e libera per ogni essere vivente, denigrando il fatto che ci sia qualcuno che ne fa una questione di numeri (razze, etnie,…), quando invece è l’unicità di ogni singola persona a dover essere preservata, difesa, rispettata.
Poi è arrivata la domenica, il Giorno della Memoria, per l’appunto. E tutti i canali d’informazione si son giustamente dati un gran da fare a proporre trasmissioni, video, reportage, interviste, testimonianze che riguardassero la Shoah, il suo orrore, le sue folli inesistenti motivazioni. Abbiamo notato un grande impegno nel diffondere e far conoscere più approfonditamente questo pezzo doloroso di Storia.
In particolare ci ha colpito un’intervista a Liliana Segre, unica sopravvissuta di una famiglia numerosa. Ospite di una trasmissione radiofonica, intervistata dalla giornalista che conduce il programma, ci ha mosso a grande stima la lucidità e la fermezza con cui parlava di sue vicissitudini personali (ahinoi così comuni negli anni di cui raccontava!), con cui riportava senza livore o rancore, ma con la fierezza di denunciare apertamente, con schiettezza e senza omissioni, una delle tragedie più grandi del nostro presente.
Una frase per tutte, che ben delinea la caratura delle persona: la conduttrice del programma ad un certo punto dell’intervista le ha rivolto una domanda usando la parola campi di concetramento. Liliana Segre, interrompendo la domanda, è intervenuta precisando: Non li chiami campi di concentramento, la prego: li chiami campi di sterminio, perché quello erano e per quello erano stati concepiti e messi in opera.
Questa frase è stata una deflagrazione, qualcosa dentro di noi ha risuonato, un tintinnio che ci ha fatto pensare come anche avendo studiato, conoscendo, sapendo, informandosi e approfondendo, spesso non ci si renda realmente conto della portata dell’orrore.
Ma non vuol essere una newsletter che vi prostri in uno stato d’animo contrito e mesto, anzi!
Perché? Perché proprio la Segre, esattamente com’è successo la sera con Giorgio, in cui poi si è parlato d’altro, si è anche riso, si è scherzato, ha raccontato che lei, in quegli anni difficili, fungeva un po’ da mascotte per la sua famiglia, da giullare che tentava di mantenere l’umore a livelli se non alti, almeno accettabili.
Notatelo. Nelle grandi questioni collettive come nelle piccole avversità personali è solo provare a ritrovare il sorriso che fa sopravvivere. Saper di nuovo ridere. Non farsi sconfiggere da quanto di brutto, orribile, doloroso, ha attraversato la nostra esistenza.
E questo non vuol dire sottovalutare la portata degli eventi, non vuol dire sminuirli, non vuol dire non considerarli in tutta la loro concretezza e pesantezza.
Vuol dire essere consapevoli, consci, aver ben chiaro tutto, ma di contro significa riuscire a ritrovare la propria umanità anche nella semplicità di un sorriso, riabbracciando il lato meno serio del nostro stare al mondo, alleggerendo, mai dimenticando.
E allora sì, davvero, una risata li seppellirà, i nostri momenti più bui. Crediamo che questa sia una delle risorse più potenti che abbiamo per non soccombere. Non sprechiamola.
