Powell, Vacanze matte

“Se papà stava attento a quel che succedeva tutta questa storia non succedeva”. E allora viva la distrazione, vien da commentare, e meno male che la storia è successa.Anche se questa storia non c’entra proprio niente con le vacanze matte promesse dal titolo (molto meglio l’originale: Pioneer, Go Home!), e anche se non è per distrazione, ma per una specie di afflato anarchico, che la storia comincia.

Una famiglia stipata dentro la vecchia gloriosa auto, al ritorno dalle ferie. A un certo punto incoccia in un cartello: Vietato il transito al pubblico. Al pubblico? pensa il capofamiglia. Lui che non si ritiene pubblico, se non altro perché da molti anni collabora a suo modo col Governo. A suo modo vuol dire: prendendosi tutti i sussidi che si possono prendere. E anche quelli che non si potrebbero. Come quello per il figlio, un marcantonio, dichiarato semi-invalido.

Una strada sbagliata, quindi, e comincia l’avventura. Come i nuovi pionieri evocati dal titolo originale, la famiglia Kwimper si stabilisce in un lembo di terra lasciato libero dal Governo, una terra di nessuno. E da veri pionieri, i cinque – il padre, il figlio Toby che fa da narratore, i due indistinguibili gemelli e la loro baby sitter Holly – si costruiscono uno spazio tutto loro. Almeno fino a quando non si costituirà una piccola colonia, appena disturbata da gangster di bassa lega.

Vacanze matte è una commedia che assume spesso i toni della farsa; un libro molto divertente che, a oltre quarant’anni dalla pubblicazione, ha mantenuto intatta la sua forza (nonostante alcuni anacronismi della traduzione: è fastidioso leggere ‘rugby’ al posto di ‘football americano’). Ma questo romanzo è anche di più: un grido di libertà, un anelito alla purezza, un ribaltamento del sogno americano, o una sua negazione, o ancor meglio un inno ai pionieri delle origini, con tutta la loro magia.

Scritto nel 1959, vale a dire due anni dopo Sulla strada di Kerouac, Pioneers, Go Home! è diventato un classico della letteratura americana. Negli anni ’60 ne è scaturito un film – pare brutto – con Elvis Presley. Di recente riproposto da Einaudi – con la vecchia traduzione di Garzanti, ma un’introduzione e una postfazione tutte nuove – è una lettura piacevole e illuminante, da non perdere.