Murakami, 1Q84

Una ragazza prende un taxi per andare a un appuntamento. Abita in una metropoli trafficata, ma a quell’ora – le 15, diciamo – di gente in giro ce ne dovrebbe esser poca. E invece eccola ferma in coda, col timore di far tardi.
Cosa posso fare?, domanda all’autista.
Niente – gli risponde lui – non vede che traffico?
Niente, appunto. A meno di non tentare una cosa un po’ folle.

Ecco il motore dell’ultimo romanzo di Murakami, 1Q84. Perché Aomame, la ragazza in questione, decide di fare la cosa un po’ folle, e da quel momento il mondo, il suo mondo, non sarà più lo stesso. Così come cambierà il mondo di Tengo, giovane editor di una casa editrice, quando – dopo vari ripensamenti – decide di riscrivere il romanzo, molto promettente ma acerbo, di un’adolescente.

Ma attenzione: non si tratta solo di cambiamenti interiori, di differenti disposizioni d’animo, perché Murakami è un scrittore metafisico, un fantastico plasmatore di realtà. Così, nel mondo ricreato da Tengo e Aomame, le lune diventano due, la polizia ha cambiato divisa e il 1984, insomma, è diventato 1Q84: un enigma da abitare (il Q sta per question, domanda).

A capitoli alterni – in uno il protagonista è Tengo, nell’altro va di scena Aomame – Murakami approfondisce le storie dei due personaggi, fino a svelare un filo tenue che ne tiene insieme le vite. Tengo e Aomame crescono davanti ai nostri occhi voraci di lettori, come piante che si alzano, si ramificano, si protendono l’un l’altra ma non si toccano. Perché in quest’universo creato dalle scelte tra Aomame e Tengo è tutto uno sfiorarsi, ma senza contatti. Almeno nei primi due libri di 1Q84. Per leggere il terzo, che completa l’opera e in Giappone è già uscito, i lettori italiani dovranno aspettare ancora qualche mese.

Affidata a un linguaggio semplice, la storia di 1Q84 è un mosaico di casi, citazioni, ipotesi e suggestioni. Come di consueto, Murakami ha costruito un mondo e l’ha popolato di fantasie e ossessioni. Meno lirico di altri suoi romanzi, forse anche meno bello, quest’ultima opera ha però un’incredibile compattezza. Al punto che sembra scritta con la stessa penna fluida usata dal destino.

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