Benni, Pane e tempesta

Dicono che una cosa che  un pugile di razza non perde mai, per quanto invecchi, è la potenza. Può diventare lento, andare in affanno dopo un minuto, perdere la capacità di condurre l’incontro, vagare per il ring senza costrutto. Ma è meglio non snobbarlo troppo, un vecchio campione di pugile, perché in ogni momento può far partire il colpo che ti manda al tappeto.

Con gli scrittori è lo stesso: anche se uno ha perso il sacro fuoco dell’ispirazione, anche se non ha più nulla da dire o quasi, un narratore bravo è sempre capace di pagine straordinarie per forza e eleganza. Ma con gli scrittori è anche tutto diverso, perché non c’è un avversario da battere, ma un lettore da conquistare. E per farlo è essenziale, ben più che la potenza, la tenuta.

Stefano Benni è uno scrittore vecchio. Un anziano fuoriclasse del racconto, ancora capace di impressionare per lo splendore di una pagina, ma col fiato corto. E Pane e tempesta è un romanzo composto con gli avanzi di altre storie, che vive di belle fiammate ma si amalgama male. Ogni tanto poi si avverte il bisogno quasi fisico dello scrittore di rifiatare, in paragrafi inutili, così simili a quel vagare per il ring di un pugile che ha perso il filo.

Montelfo, immaginario paese di campagna che ricorda un po’ il Sompazzo del Bar sotto il mare, è minacciato dalla speculazione edilizia. Enormi ruspe stanno abbattendo, uno dopo l’altro, gli alberi del bosco vicino. Arroccati nel Bar Sport del paese, gli abitanti studiano un modo per evitare lo scempio, favorito anche dal buonismo inane del sindaco Velluti, democratico ma bipartisan. La trama è tutta qui e a darle spessore non bastano le decine di personaggi che Benni estrae dalla sua fantasia. Il cane Fen, il Nonno Stregone, il barista Trincone, lo stesso Velluti (il suo discorso inframmezzato da grida di autoapprovazione è un pezzo di ottima satira) sono invenzioni spesso felici, anche se non riescono sempre a sottrarsi all’impressione di aver già letto qualcosa di simile.

Pane e tempesta
è molto meglio del libro precedente, la Grammatica di Dio. Soprattutto è lontano dalle sue malinconie senza riscatto. Per di più è finalmente un romanzo, anche se intessuto di racconti. Non è davvero al livello dei grandi classici di Benni, ma gli appassionati dovrebbero procurarselo. Perché qualche colpo magistrale, di quelli che slogano la mascella dal ridere, c’è.

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