Benedetti, Grazie per il fuoco

La bellezza di un romanzo può essere misurata, tra gli altri modi, con un criterio empirico: se riesce ad avvincerci pur raccontando una storia in astratto non troppo interessante, probabilmente è un gran libro.
Grazie per il fuoco racconta una certa fase della storia dell’Uruguay. Niente di troppo interessante, diciamo, per il lettore italiano medio. Eppure riesce ad avvincere, e molto. Con ogni probabilità, quindi, è un grande libro.

Ramón Budiño è un quarantenne non troppo soddisfatto di sé. Lo conosciamo per la prima volta durante una cena a New York. Ospiti, solo uruguayani di passaggio negli Stati Uniti. I dialoghi di questa cena, il loro tono farsesco, fanno come da sfondo a tutto il resto del libro.

[cro_callout text=”«Aprite gli occhi. Siamo una schifezza. Quelle rare volte che c’è un allarme, finisce sempre in un falso allarme. L’avete visto. Non saremo mai capaci di avere una catastrofe di prima classe»” layout=”3″ color=”#891C09″]Ramón, durante la cena quasi brillante, è in realtà pavido, indeciso, moralmente reprensibile, innamorato senza speranza della cognata. Soprattutto, ha un rapporto conflittuale col padre Edmundo, che  è invece un potente industriale corruttore di politici otenti. In questo rapporto e conflitto, tra padre e figlio, si gioca il romanzo, che è una sorta di cronaca dell’animo di Ramón. Che, frustrato, decide di uccidere suo padre e tutto ciò che simboleggia.

Così, tra momenti di decisione, ripensamenti, avventure erotiche, il rapporto tra i due arriva al confronto finale. Grazie per il fuoco, scritto nel 1965, è da qualche mese finalmente disponibile in traduzione italiana. Se amate una scrittura elegante e la capacità d’introspezione, vi piacerà. Anche se non v’importa nulla dell’Uruguay.

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