Del Vecchio editore

S

u tre collane pubblicate, una è di racconti e un’altra di poesia. Basta questo per incasellare Del Vecchio tra gli editori coraggiosi e indipendenti, che non si fanno dettare le scelte editoriali dalle mode ma hanno un progetto preciso, perseguito con passione. E ammiccando alla bellezza: da un anno abbondante a questa parte, le copertine dei libri sono piccoli capolavori d’ingegno grafico. Ogni volume, poi, è arricchito di contenuti speciali: una breve rubrica curata dal traduttore, un divertente manuale di istruzioni, le schede delle prossime uscite.
Pietro Del Vecchio ogni tanto passa da Torino; qualche settimana fa è venuto a trovarci alla Luna’sTorta e di fronte a una birra e a un piatto di tapas piemontesi abbiamo fatto due, anzi quattro, o forse otto, chiacchiere. Sono nate le premesse per quest’intervista, fatta poi via mail.

1 > Ciao Pietro, ti chiedo innanzi tutto di presentarti in qualche riga.

Beh, su di me c’è davvero poco da dire. Ho 39 anni, studi di filologia romanza alle spalle. Mi piace moltissimo la montagna, pendolo tra Bracciano, Torino, Roma e la Calabria.

2 > La vostra casa editrice, oltre a pubblicare romanzi, ha una collana di racconti e una di poesia. Si direbbe una vocazione al suicidio!
«Punto di forza della casa editrice è la cura del testo, dalla sua valutazione alla sua presentazione al lettore: siamo infatti convinti che cultura e bellezza siano valori etici interdipendenti e come tali vadano presentati al lettore.»

Sì, una duplice vocazione al suicidio. Sembrerebbe, appunto. Ma il fatto è che siamo fermamente convinti (al di là di tutte le narrazioni utilitaristiche che affermano il contrario e che servono pertanto politiche editoriali miopi e dannose) che i lettori in Italia esistano, e in numero consistente: ancora capaci di scegliere criticamente e quindi non solo di resistere (alla moltitudine di visi ammiccanti e di primi piani in copertina, a titillare il lettore in una totale identificazione libro-vita e autore-lettore, oppure al vuoto di certe proposte letterarie), ma addirittura di desiderare e sognare. Non è che noi siamo particolarmente coraggiosi o capaci, è che il livello dei progetti editoriali si è abbassato considerevolmente, e quindi i lettori attenti ed esigenti cercano e premiano le case editrici e i progetti di qualità.

3 > Come editore Del Vecchio nasce nel 2006. Un anno fa circa, avete rivoluzionato grafica e rivisto le collane. Vuoi dirci qualcosa delle scelte fatte in quel momento?

Lo standPubblichiamo tre collane: formelunghe, formebrevi e poesia. Formelunghe si concentra sul romanzo: i classici moderni, le grandi scritture contemporanee e nessuna preclusione geografica o ideologica. Nella collana formebrevi pubblichiamo racconti, novelle brevi, short stories, reportages e brevi saggi narrativi. La collana poesia, premiata nel 2013 come la migliore in Italia quanto ad autori tradotti e coraggio di scelte editoriali, propone sempre in testo a fronte alcuni tra i maggiori poeti contemporanei internazionali.
Punto di forza della casa editrice è la cura del testo, dalla sua valutazione alla sua presentazione al lettore: siamo infatti convinti che cultura e bellezza siano valori etici interdipendenti e come tali vadano presentati al lettore. In questi anni, infatti, abbiamo puntato tutto sulla qualità dei nostri autori e dei nostri progetti: abbiamo fatto conoscere la magnifica esordiente Deborah Willis con Svanire, Moussa Konaté, Sibylle Lewitscharoff, Ciaran Carson e Daniel Sada, abbiamo pubblicato inediti di Colette e Max Frisch e nel 2014 tra i nostri autori ci saranno Marcelo Backes, Laurent Mauvignier, Marguerite Duras, Felicitas Hoppe, Burhan Sönmez, Luca Ragagnin, Roberto Arlt, Philippe Forest.
Dal maggio del 2013 abbiamo rinnovato interamente la nostra grafica affidandoci a Maurizio Ceccato/ifix. Siamo riusciti – ovviamente a nostro parere – a realizzare un oggetto valido anche dal punto di vista estetico, pensato per un consumo e un piacere che non siano affrettati e distratti: i libri hanno bisogno di tempo, cure e attenzione. Diamo infatti il giusto valore alla bellezza e alla utilità delle informazioni e per questo motivo nei nostri volumi ci si può fare un’idea del testo attraverso i tag in quarta di copertina che raccontano il libro per parole chiave oppure si può scoprire la lettura della redazione attraverso le ironiche “istruzioni per l’uso” in fondo al testo, oppure trovare in cover il nome del traduttore accanto a quello dell’autore e grazie alla sua “scatola nera” seguirne le scelte che lo hanno guidato nella sua operazione di resa in italiano.

4 > Generalmente si dice che pubblicare libri belli, con carta di buona qualità, una rilegatura solida e così via rappresenta un argine al diffondersi degli ebook. Che ne pensi? E abbiamo davvero bisogno di quest’argine?

Sorrido sempre – tra me e me – quando mi pongono questa domanda, e non sempre la domanda è posta nei termini intelligenti e garbati con cui la poni. L’idea che mi sono fatto è che, con le debite differenze, la situazione sia molto simile a quella che caratterizzò il passaggio, nel corso del III secolo, dal papiro alla pergamena.
Mi immagino sempre i discorsi dell’epoca:
– La pergamena puzza, il papiro invece è fatto solo con fibra vegetale NO OGM garantita al 100%
– Sì, ma grazie alla pergamena puoi contenere in un unico volume molti più testi.
– Forse hai ragione, ma vuoi mettere il movimento? Srotolare è un atto naturale, mica come sfogliare la pancia di una vacca.
A parte gli scherzi sono assolutamente convinto che l’ebook non sia il demonio, solo una possibilità. Le possibilità possono essere sfruttate bene o male, e il discrimine è dato essenzialmente, a mio parere, dalla qualità del prodotto e dell’intermediazione. Un bel romanzo è un bel romanzo, indipendentemente dal medium con cui lo si legge, così come un buon libraio è un buon libraio, indipendentemente dal formato dei titoli che consiglia. Del resto, e questa è la prova del ragionamento al contrario, la carta finora non ci ha salvato da libri inutili e spesso dannosi che anzi affollano il mercato.

5 > Altra vostra caratteristica è dar spesso voce ad autori stranieri. Avete ottimi traduttori che nelle ultime pagine dei libri spiegano le loro scelte, nella “Scatola nera del traduttore”. Vuoi dirci qualcosa di questa scelta?

I libri!L’idea è molto semplice. Viviamo in un epoca in cui, paradossalmente, la possibilità di accesso a una quantità sterminata di informazioni ha reso la nostra conoscenza più debole e superficiale. Sulla rivista Studio qualche settimana fa c’era un bell’articolo in cui l’autore si soffermava tra il serio e il faceto sulla seguente considerazione: conosco tutto di un dato autore (ad esempio John Updike) senza averne mai letto una riga. Noi stessi diamo per scontato che la voce di Updike, nella traduzione italiana, sia proprio quella dell’autore. Dimentichiamo, invece,  che è tutto un gioco di fiducia. Il traduttore ha quindi tutto il diritto, e il dovere, di raccontare la propria esperienza, dando conto al lettore, per quanto possibile, del suo approccio al testo.

6 > Parliamo dei vostri autori. Si sa che “ogni scrittore è bello all’editore suo”; ma se dovessi menzionarne due che ti stanno particolarmente a cuore?
«Amo i punti di vista non scontati, per questo adoro Sibylle Lewitscharoff e Lutz Seiler»

Sarebbe più giusto fare questa domanda a tutti coloro che lavorano in Del Vecchio, ma mi rendo conto che non è possibile. Quanto a me amo in particolare l’ironia di Sibylle Lewitscharoff e la profondità di Lutz Seiler. Due autori che ho conosciuto e che stimo anche da un punto di vista personale. Sono due dei più grandi scrittori tedeschi contemporanei. Entrambi riescono a raccontare la vita e il suo divenire da angolazioni per nulla convenzionali. Ecco, amo i punti di vista non scontati, per questo adoro Sibylle e Lutz.

7 > Dicci due autori già noti, o persino classici, che vorresti aver pubblicato tu.

Altra domanda da un milione di dollari! Due libri, più che due autori. Ascoltaci, Signore (Hear us o Lord from heaven thy dwelling place) di Malcolm Lowry e Il gioco del mondo (Rayuela) di Cortázar.

8 > Domanda da un milione di euro: secondo te da che parte del mondo viene oggi la letteratura migliore?

Un tavolo pieno di libri!A questa domanda proprio non posso rispondere. Non è che non voglio. Non posso. Per impostazione abbiamo tre collane che ricercano grandi scritture senza nessuna preclusione geografica. Credo che esista grande letteratura ovunque. Il lettore, per definizione, deve essere curioso e non cedere alle mode del momento. Ora abbiamo il momento degli Stati Uniti e un ritorno di fiamma per il Sudamerica. Noi siamo dei grandi cercatori. E cerchiamo di non cadere neanche nel cliché opposto, cioè quello di non fare autori di quelle aree geografiche che vanno per la maggiore. Cerchiamo innanzitutto di essere liberi.

9 > Quanto è difficile, da piccoli editori, competere con i grandi gruppi? E come ci si prova?

La domanda è connessa, a mio giudizio, con una riflessione generale sullo stato della lettura e dei lettori in Italia. Provo a essere sintetico. Il mondo editoriale italiano vive di concentrazioni di potere, ad esempio è permesso che un unico soggetto possa allo stesso tempo produrre, distribuire e vendere i propri prodotti; le “politiche culturali” sono state e sono da più di 30 anni una contraddizione in termini; certo, le fiere o i saloni sono soggetti ibridi che non promuovono adeguatamente né il progresso culturale né la visibilità e le vendite delle case editrici partecipanti; la scuola è stata fortemente depauperata di risorse, dignità, valore e capacità progettuale.

«Il mondo editoriale italiano vive di concentrazioni di potere»

Tutti questi sono dati di fatto, ma è pericoloso – come fanno molti – passare la palla alla ka$ta oppure ai lettori brutti e cattivi che non sanno apprezzare e riconoscere la bellezza dei nostri titoli. Noi editori amiamo ripeterci che il mercato seleziona la qualità, che si autoregola scegliendo i più coraggiosi e meritevoli. Se una mortadella è scadente il consumatore non la compra: io non sono sicuro che questa legge sia oggi universalmente valida. La realtà delle cose mi sembra più complessa e non ci vedo una grande differenza con il mondo editoriale. I prodotti industriali, meglio posizionati e distribuiti – specie nei supermercati del libro – hanno certamente più chances di essere acquistati di quelli artigianali. Le logiche promozionali e distributive, il marketing pervasivo ci hanno fagocitato, hanno depotenziato i nostri progetti editoriali e reso predominanti le mere logiche di mercato. Non siamo esenti da responsabilità se abbiamo rincorso a tutti i costi il meccanismo delle novità moltiplicando all’infinito le nostre uscite, se abbiamo impoverito la qualità dei nostri cataloghi in nome di una presunta volontà del lettore in tal senso, se abbiamo spacciato per cultura i narcisismi di tanti intellettuali autoproclamatisi tali solo per aver usato un lessico ricercato e argomentazioni artificiosamente complesse. I lettori li abbiamo nutriti anche noi, non viceversa: se molti prediligono cibi scadenti è perché noi glieli abbiamo serviti su un piatto d’argento. Il fatto che tutti parlino dei bassi tassi di lettura non focalizza necessariamente il problema. Ci dicono che in Italia non si legge. Altri mantra: al Sud non si legge, il rosso (o il verde, a seconda delle stagioni) non vende, i racconti non vendono, la poesia non vende, le copertine complicate non vendono. Io noterei il comune denominatore di queste narrazioni: ad esempio, l’affermazione secondo la quale “i racconti non vendono” non è neutra e non ha lo stesso peso se pronunciata da un editor, da un direttore editoriale, da un distributore invece che da un lettore. Il punto fondamentale è, secondo me, che siamo stati inondati in questi anni da migliaia di sottoprodotti culturali e letterari spacciati per “capolavori”, da moltitudini di operazioni pseudo-giornalistiche etichettate come “recensioni”, e molti dei luoghi deputati a produrre cultura e democrazia – case editrici, librerie, quotidiani, periodici, radio e televisioni – hanno svenduto la propria funzione e la propria missione. Citando Ben Parker, il nonno di Peter Parker, cioè l’uomo ragno, «da un grande potere derivano grandi responsabilità», in questo caso politiche, sociali e culturali. Ci si potrebbe interrogare a lungo sull’uso che di questo potere è stato fatto. Bisogna vendere, è questo l’imperativo, e per vendere ci si è convinti – appunto – che bisogni pubblicare in grande quantità scrittori e scritture scadenti. Io credo che sia vero l’esatto contrario. Per incrementare il numero dei lettori occorre strutturare e appoggiare progetti editoriali di qualità, case editrici che facciano della qualità il proprio business.  Insomma, non esiste una crisi del libro (questa idea e la sua propagazione sono funzionali a chi vuole continuare a pubblicare monnezza) o dei lettori, esiste una crisi di un modello di editoria basato sui bestsellers costruiti a tavolino e sull’invasione delle novità.

10 > L’esperienza alla fiere, dove un editore incontra i suoi lettori. Vuoi raccontare qualche aneddoto legato a queste occasioni?

TagFrequento il Salone di Torino ormai da 4 anni, e c’è una domanda che mi ha assillato sin dalla mia prima partecipazione a queste grandi fiere dell’editoria italiana. Quello che mi sono sempre chiesto è: perché chi frequenta il Salone, dopo aver speso una decina di euro di biglietto d’ingresso, si affolla nei padiglioni di quegli editori, ad esempio Feltrinelli o Mondadori, i cui prodotti sono facilmente reperibili nelle librerie sotto casa – le quali spesso e volentieri sono librerie a marchio proprietario – e addirittura con uno sconto maggiore rispetto a quello che potranno trovare in fiera, laddove hanno oltretutto pagato il biglietto d’ingresso? Penserete che stia per saltare di palo in frasca, perché la risposta a questo interrogativo l’ho trovata al Lucca Comics&Games.
Prima osservazione: il pubblico che accede al Lucca Comics&Games è disposto a pagare anche 18 euro di biglietto di ingresso al giorno. Mi sono chiesto perché.
La risposta è che il pubblico di Lucca è un pubblico altamente specializzato. Un pubblico informato che conosce il mercato e lo frequenta con passione. Un pubblico che di questo mercato si fida, perché in esso sa di trovare la risposta ai propri bisogni. Spende 18 euro di biglietto di ingresso, ma ne spende in prodotti molti di più. Che cosa è questa se non ciò che banalmente possiamo chiamare ‘fiducia’? Le case editrici di fiction hanno, al contrario, disaffezionato il lettore italiano con prodotti scadenti tanto dal punto di vista della qualità dell’oggetto libro, quanto soprattutto dal punto di vista dei contenuti. Se nel mondo del fumetto la percentuale di prodotti scadenti è del 20%, nel mondo della fiction la proporzione è esattamente inversa: un 20% di qualità a fronte di un 80% di ciarpame. Il lettore di fiction si è talmente disaffezionato che non ha voglia di acquistare, paradossalmente, se non i marchi che già conosce (che in alcuni casi sono massimamente responsabili dello scadimento generale). Il lettore che paga 10 euro per entrare al Salone – e che non ha a disposizione un budget illimitato – sarà spinto inconsciamente ad acquistare i libri di quei marchi che già fanno parte in maniera subliminale del proprio universo cognitivo (perché sono marchi con una lunga storia alle spalle, perché ne frequenta le librerie di proprietà, perché ne conosce gli autori che inondano i media e così via). Una volta spesi 10 euro di biglietto di ingresso, cioè, è molto meno disposto a rischiare.
Il lettore di fumetti si fida del mercato del fumetto – un mercato caratterizzato da una generale qualità – e acquista con fiducia i suoi prodotti; il lettore di fiction non si fida del mercato di riferimento – un mercato caratterizzato da una generale tara di scadimento – e non acquista con fiducia i suoi prodotti, rivolgendosi quindi, inconsciamente, a quei noti marchi che lo rassicurano ma che sono altamente corresponsabili dello scadimento generale.
Ecco che il discorso si salda con quello contenuto nella risposta alla domanda precedente.

11 > E infine le tue letture. Cosa ti piace? Vuoi menzionare qualche libro che hai amato in particolare?

Sono – ahimè – un lettore davvero onnivoro. Sul mio comodino, in cima alla pila, sono presenti (e utilizzati anche contemporaneamente):
Posseduti ed esorcisti nel mondo ebraico – Chajes J. H., Bollati Boringhieri
Newton – Niccolò Guicciardini, Carocci
Un certo Lucas – J. Cortázar, Sur
Baltimore v. 1, Le navi della peste – Mike Mignola, Christopher Golden e Ben Stenbeck, Magic Press
L’intervista – Manuele Fior, Coconino Press

4 thoughts on “Del Vecchio editore

  1. Gabriella Barattia scrive:

    Intervista interessante. Ho così conosciuto un nuovo editore! Mi vedrete presto…..

  2. Maria Cornetta scrive:

    che sollievo scoprire che i sentimenti non sono materiale preistorico da dimenticare. Nel mio caso la mano scrive ciò che le detta il cuore. I miei racconti, per stessa ammissione degli addetti ai lavori,hanno un’anima. DIAPOSITIVE di Cornetta Maria e Dicuonzo Antonio(siamo madre e figlio)è una raccolta di storie vere che viene ancora pubblicizzata dopo sei anni (edita dall’Aletti , si può trovare anche sul sito della Feltrinelli e dell’Amazon). Ci riproveremo: il prossimo libro s’intitolerà: “e furono…Homo sapiens et femina sapiens”, un omaggio all’uguaglianza tra i sessi…Tutt’altro che scontata!

  3. Cornetta Maria scrive:

    Auguri di Buone Feste a tutti voi e a tutti i vostri cari

  4. Cornetta Maria scrive:

    Egregio editore,
    ho letto tempo fa un suo articolo dove si descriveva come editore e come persona: ne sono rimasta colpita, per l’onestà e la trasparenza delle sue parole ed il mio istinto (che è sempre infallibile perché non inquinato dalle logiche della ragione) mi ha suggerito che lei stava dicendo la verità, una bellissima verità. Ho scelto di contattarla pubblicamente perché gli editori come lei meritano che sia riconosciuto il loro valore, nella “cloaca” di “untori” che ammorbano la cultura. Forse un giorno accetterà di leggere anche ciò che scrivo. Mi auguro di essere degna della sua considerazione. Un augurio per il futuro ed un complimento sincero per la sua limpida testimonianza.

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