Ologramma per il re, di Dave Eggers

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ll’inizio degli anni 2000 Dave Eggers era da molti considerato l’autore di maggior talento della sua generazione; autore di memoir, romanzi, reportage narrativi; fondatore della rivista McSweeney’s e di una scuola di scrittura per ragazzi, 826 Valencia, che ha ormai parecchie sedi negli Stati Uniti.

Da qualche anno Eggers non pubblicava romanzi. E l’ultimo, Le creature selvagge (2009), era la riscrittura di un classico della letteratura per l’infanzia (Nel paese dei mostri selvaggi, di Sendak). Questo Ologramma per il re, uscito in Italia proprio adesso, a fine ottobre 2013, è insomma una di quelle uscite che non lasciano indifferenti. Toccherà corde profonde come l’esordio, L’opera struggente di un formidabile genio? Sarà scatenato come Conoscerete la nostra velocità? Impegato come Zeitoun? O che altro?

Che altro è quasi sempre la risposta giusta, con Eggers, che ha abituato i suoi lettori a continui cambiamenti. Così, Ologramma per il re non ha la prosa torrenziale di Conoscerete la nostra velocità, né l’intensità dell’Opera struggente. Ha piuttosto i toni distaccati della commedia, una scrittura elegante, a volte evocativa, che passa con disinvoltura dal racconto in diretta al ricordo di eventi passati.

«Maggiore efficienza senza i sindacati, eliminiamoli. Maggiore efficienza senza operai americani, punto, eliminiamo anche loro. Perché non ho visto arrivare la tempesta? Maggiore efficienza anche senza di me. Accidenti, Kit, rendemmo quella fabbrica così efficiente che diventai superfluo anch’io.»

Alan Clay è il campione dell’americano medio: ha sposato la donna sbagliata, gettato via i molti soldi guadagnati negli anni del boom e si ritrova adesso, a 54 anni, con più debiti che risorse, sfiancato, preoccupato di non riuscire a pagare le tasse universitarie della figlia, in ansia per uno strano bozzo che ha scoperto di avere sul collo (sarà un tumore?). Ora però ha la grande occasione: in Arabia Saudita, un re visionario o pazzo sta costruendo, nel nulla del deserto, la città del futuro: la King Abdullah Economic City (che esiste davvero). Serve alta tecnologia e Alan è lì per venderla.

Alan Clay sa come vendere. Denaro, Avventura, Autoconservazione, Identificazione: sono i quattro motori che spingono all’acquisto. Ciascuno ha il suo e Alan sa capire subito quale usare, in base a chi ha di fronte. Ha fatto i soldi in questo modo, secoli fa, e ora è deciso a rifarli. Solo che si sente stanco, forse per quel bozzo maledetto innestato – lui crede – nella spina dorsale. Vuole consolidare il rapporto con sua figlia, e non fa che scriverle immaginarie lettere che poi getta via. Il tempo non gli manca, del resto, visto che da giorni lui e il suo gruppo di lavoro aspettano il re, in una tenda, fuori da un palazzone dell’Economic City. Ma il re non arriva…

Ologramma per il re è un libro ben riuscito. Ha toni da commedia inglese: ricorda un po’ Paul Torday o Jonathan Coe (o anche il McEwan di Solar) in quanto a stile e a personaggi. La trama è compatta e varia, la costruzione eccellente. A differenza di romanzi precedenti, poi, non c’è una riga di troppo (ma neanche la pochezza dello stile giornalistico più spinto). Soprattutto, dietro una storia divertente, c’è una certa profondità: Alan è il simbolo dell’occidentale spaurito e inerme di fronte a un mondo che non capisce più, che lo respinge, che gli preferisce potenze emergenti. Un po’ l’americano medio, come si diceva.

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