Jonathan Coe, Expo 58

Il nuovo romanzo di Coe ambientato negli anni Cinquanta

Il romanzo di Coe è ambientato negli anni Cinquanta

All’inizio del 1958, Thomas Foley è un giovane uomo tranquillo. Trentadue anni, una moglie, una figlia piccola, un inizio di carriera nel pubblico, una casa di proprietà. Il mondo si sta lasciando dietro gli ultimi ricordi della guerra e guarda al futuro con una fiducia appena mitigata dalla rivalità tra capitalismo e comunismo, quella che già anni prima George Orwell aveva chiamato Guerra fredda. Ma a Thomas questo non importa granché, lui si occupa di correggere noiosi documenti e tanto gli basta.

Alla fine del 1958, Thomas Foley è sempre abbastanza giovane ma non più tanto tranquillo. Sono successe cose, nella sua vita, e non di tutte ha avuto il controllo. Tante volte si è anzi sentito una semplice pedina, mossa da chissà chi e su chissà quali scacchiere. Una pedina in mezzo ad altre pedine, ciascuna con il suo ruolo, ciascuna ignara dello schema complessivo.

Tra l’inizio e la fine del 1958, nella vita di Thomas Foley c’è l’Expo di Bruxelles, un’esposizione universale a cui partecipa tutto il mondo, dall’Unione Sovietica agli Stati Uniti, dall’Inghilterra al Congo Belga. In una scintillante atmosfera di ottimismo, per sei mesi le varie nazioni mettono in mostra i gioielli della loro tecnologia, alla presenza dei loro migliori scienziati, artisti, architetti, imprenditori e, s’intende, spie. Il padiglione statunitense è del resto vicino a quello sovietico: un esempio dello strano umorismo dei belgi.

[cro_callout text=”Le premesse per un bel romanzo ci sono tutte. Eppure Expo 58 è deludente, nel senso che quasi tutto, nella trama, è prevedibile.” layout=”3″ color=”#891C09″]Cos’abbia a che fare Thomas con l’Expo è presto detto: il suo capufficio decide di mandarlo a Bruxelles per sei mesi, a gestire il Britannia, il pub del padiglione inglese. Più che di fare il barista, a Thomas chiedono di guardarsi intorno e riferire movimenti sospetti. Ed eccolo precipitato in un conturbante mondo fatto di ottimismo, sì, ma anche di donne fatali, giornalisti misteriosi, scienziati, diplomatici, politici… Come se la caverà, il buon Thomas, in un mondo così diverso dal suo?

Le premesse per un bel romanzo ci sono tutte, in questo Expo 58 di Jonathan Coe. Le condizioni per divertire, approfondire le psicologie, intrecciare le storie, svelare piccoli e grandi segreti, ricreare equilibri sentimentali, o romperli, tutte queste condizioni ci sono. Eppure questo romanzo è deludente, non perché sia brutto, ma perché quasi tutti i pezzi della sua storia sono troppo prevedibili. Il che, in una storia che parla – e non poco – anche di spionaggio, è abbastanza incredibile.

Quali sono i buoni, quali i cattivi, chi nasconde la sua vera identità e perché, come andranno a finire le vicende sentimentali di Thomas e quelle degli altri personaggi: qui quasi tutto va come uno si aspetta che vada. Vale la metafora delle pedine evocata prima: una volta allineati sul romanzo i suoi personaggi, Coe li fa muovere secondo coerenza. Ma il romanzo non si avvicina mai alla fantasia, alla complessità di una sfida scacchistica; sembra più una partitella a dama, in un cui le mosse sono ovvie e l’esito scontato.

Poi certo, la scrittura è bella – salvo forse le parti didascaliche – l’ironia ogni tanto punge, i dialoghi fanno sorridere, c’è quella punta di malinconia che non guasta. Se Coe fosse un romanziere alle prime armi, Expo 58 sarebbe una prova incoraggiante. Ma è Jonathan Coe, e questo romanzo non sembra davvero un libro uscito dalla sua penna.

Il libro di cui abbiamo parlato

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